22 giugno 2012

Al di là della religione


Già da qualche tempo, leggendo alcune dichiarazioni e scritti del Dalai Lama, mi sembrava che la sua posizione fosse quantomeno ambigua. Da una parte infatti egli si presenta come un'autorità spirituale tradizionale, e si eleva (più o meno tacitamente) a guida non solo dei buddisti tibetani o degli orientali, ma di tutti gli uomini di fede; dall'altra stringe però solidi  rapporti di amicizia con i potenti del globo. Ma dopo tutto, quest'ultimo punto potrebbe riflettere solamente una moda in voga tra i capi spirituali, visto che qualcosa di simile è stato fatto anche dagli ultimi papi.
Con la pubblicazione dell'ultimo libro del rispettabilissimo Tenzin Gyatso credo comunque che questa ambiguità venga finalmente meno. Anche solo il titolo è decisamente eloquente: "La felicità al di là della religione". Questo titolo è ad ogni modo azzeccato, perché nel libro il Dalai Lama sostiene che ormai "la religione non può, da sola, fornire una risposta a tutti i nostri problemi", ma che grazie al progresso oggi disponiamo della psicologia, delle neuroscienze e della "biologia evolutiva", che sono in parte in grado di colmare questo vuoto. Si arriva persino ad un elogio del laicismo (a cui è dedicato un intero capitolo), inteso come principio che sta alla base della tolleranza reciproca e del "rispetto per tutte le fedi, così come per chi non ne segue alcuna".
Non mancano nemmeno un encomio del democraticismo (in totale contraddizione col principio ierocratico del Lamaismo Tibetano) e degli espliciti riferimenti ad un "mondo unito":
"gli ideali di libertà e democrazia si sono diffusi nel mondo intero e assistiamo a un crescente riconoscimento dei fattori che accomunano gli esseri umani, facendo dell'umanità una cosa sola".
Anche questo può forse essere considerato uno dei segni dei tempi.

21 maggio 2012

Due aneddoti su Dante

Il boccone più buono


Ai suoi tempi Dante era molto famoso, oltreché per la sua poesia, per la sua memoria prodigiosa. Un tale allora decise di metterlo alla prova, curioso di sapere se quanto si diceva in giro corrispondesse a realtà o meno. Quindi, dopo averlo incontrato in una piazza, si avvicinò a lui e gli chiese cordialmente:
"Messer Dante, qual è il boccone più buono?".
Il Sommo Poeta non si scompose, e in tutta tranquillità rispose:
"l'uovo".

Il tizio fu apparente soddisfatto della risposta ricevuta e si allontanò in silenzio. Tuttavia, dopo diversi anni (c'è chi dice dopo cinque, c'è chi dice dopo dieci), lo incontrò di nuovo. Gli si accostò, e senza nemmeno salutarlo gli domandò solamente:
"Con che cosa?"
Dante non batté ciglio e rispose con sicurezza:
"con il sale".

Carne e ossi


Era decisamente nota anche la serietà di Dante: si diceva che scherzasse molto raramente e che altrettanto raramente concedesse un sorriso. Una sera si trovava a mangiare della carne assieme a dei suoi amici (o quantomeno a dei conoscenti). Dopo cena, questi - nel tentativo di farlo ridere - misero tutti i loro ossi spolpati nel piatto del Poeta, dopo di che uno di loro gli disse:
"Messer Dante, quanto  avete mangiato! Avrete commesso di certo peccato di gola!"
Dante osservò i piatti completamente vuoti dei suoi compagni e disse in tutta risposta:
"E voi siete cani, visto che mangiate carne e ossi"

30 marzo 2012

Sull'orientazione rituale


Nel cristianesimo, fin dai primi secoli, ha sempre avuto una grandissima importanza quella che può essere chiamata "l'orientazione rituale", cioè la "direzione" verso la quale i fedeli si rivolgevano per pregare e per partecipare ai riti sacri. Come è noto, le chiese di epoca Medioevale erano orientate nella direzione Est-Ovest, e avevano sempre l'abside rivolta verso Est. Chiaramente la motivazione di questo orientamento è prima di tutto di carattere simbolico: ad Est infatti sorge il Sole, la cui luce ("visibile") può essere considerata un simbolo della luce "invisibile" e spirituale. Inoltre, come scrive Jean Hani ne Il simbolismo del Tempio cristiano, questa disposizione fa sì che la porta principale d'ingresso sia situata ad Ovest, a ponente, "nel punto di minore luminosità, che simboleggia il mondo profano o, ancora, la regione dei morti. Entrando verso la porta e avanzando verso il santuario si va incontro alla luce; è una marcia sacrale [...] come un cammino che rappresenta la  «via di salvezza» che conduce verso la «regione dei vivi», «la città dei santi» dove brilla il sole divinino".


Bisogna tener presente anche che tradizionalmente ad Oriente viene sempre posto il Paradiso terrestre, luogo sia materiale che spirituale al quale, grazie a questa orientazione, ci si ricollega simbolicamente. Anche San Tommaso dice che uno dei motivi per cui "noi adoriamo verso Oriente" è che stando ai Settanta, il Paradiso terrestre era collocato ad Oriente, come se cercassimo di ritornarvi con la preghiera (Summa Theoligiae II - II, quaestio 84, art. 3). Sempre San Tommaso spiega inoltre che il Paradiso terrestre viene collocato ad Oriente perché questa è tradizionalmente la parte più nobile del mondo: "Essendo l'Oriente la parte destra del Cielo, come scrive il Filosofo, ed essendo la destra più nobile della sinistra, era conveniente che il Paradiso terrestre fosse collocato nella parte orientale" (Summa Theologiae, I, quaestio 102, art. 1). Si può notare ancora che Cristo stesso, che è "la luce del mondo", è chiamato dal profeta Zaccaria "Oriente", e sempre da Oriente è atteso il suo ritorno. 

E se in quest'ottica l'Oriente ha un'accezione positiva, l'Occidente diviene inevitabilmente la "parte oscura". Non è certo un caso dunque se, secondo le interpretazioni più tradizionali di alcuni testi antichi, è ad Occidente - e più precisamente nel continente Atlantideo - che apparve per la prima volta la "contro-iniziazione". Non sarebbe nemmeno un caso il fatto che il Paese che può essere considerato "il più occidentale di tutti" - gli Stati Uniti d'America - sia anche quello che è nato senza una tradizione sacra... ed anzi è il luogo dove, più di ogni altro, si sono diffusi i più grandi abomini pseudo-spirituali.

19 febbraio 2012

Chiesa Cattolica e Alchimia

Non è molto semplice dire quali rapporti ci siano stati tra la scienza alchemica e la religione cattolica, anche perché nel corso del tempo questi rapporti hanno subito grandi cambiamenti, almeno sul piano formale. Inizialmente l'alchimia era abbastanza tollerata e i sospetti degli inquisitori erano rivolti per lo più nei confronti degli alchimisti poveri; si riteneva infatti che questi ultimi, a differenza di quelli ricchi, avrebbero potuto cedere più facilmente alla tentazione di evocare il demonio per operare la trasmutazione del piombo in oro, nel caso in cui non ci fossero riusciti con la loro arte.
Per il resto però l'alchimia era una scienza di cui si occupavano diverse persone considerate dotte e, tra queste, anche alcuni uomini di Chiesa. Persino chi provò a dimostrare la falsità o l'infondatezza dell'alchimia dovette tuttavia ammettere che "non pure i Filosofi, ma i Teologi ancora e i Santi l'appruovano per vera e l'insegnano per buona" (1).

Una leggenda di epoca medioevale narra addirittura che San Domenico, grazie all'ispirazione divina, riuscì a scoprire il segreto della Pietra Filosofale, segreto che sarebbe stato tramandato poi ad Alberto Magno e a San Tommaso. Certamente questa è soltanto una storia, anche se al dire il vero non sembra essere totalmente priva di fondamento. Alberto Magno dimostra infatti di avere una conoscenza, almeno generale, in materia di Alchimia, soprattutto nel suo trattato Sui Minerali (De Mineralibus). Nel nono capitolo del terzo libro di quest'opera si domanda anche se sia possibile trasmutare i metalli nell'una o nell'altra specie, rispondendosi affermativamente. Altrove lascia invece intendere che secondo lui, tra gli alchimisti, esistono dei veri saggi - Alchimicorum Sapientes - (2)

Per quanto riguarda S. Tommaso la questione è un po' più complessa, dal momento che egli è stato fatto passare alla storia come grande alchimista. Il reverendo Padre Gabriel de Castaigni, dottore in teologia e abate di Sou, scrisse nelle sue Oeuvres tant medicinales que Chymiques: "Ma che diremo dunque di quel grande Dottore Angelico San Tommaso d'Aquino dell'ordine dei Venerabili Padri Predicatori, che egli stesso faceva questa santa opera dell'oro potabile [l'Alchimia]?". In effetti a San Tommaso sono stati attribuiti numerosi libri che trattano di alchimia, i più famosi dei quali sono l'Aurora consurgens, il Trattato della Pietra Filosofale, e il Trattato sull'Arte Alchemica dato a Frate Reginaldo. Alla luce di un'analisi filologica più attenta, però, queste opere sono risultate quasi tutte apocrife e scritte anche parecchi decenni dopo la morte del Doctor Angelicus. Tuttavia non mancano in assoluto dei riferimenti all'Alchimia nei testi (autentici) di San Tommaso. Nella Summa Theologiae egli infatti si pone la seguente questione: è lecito vendere l'oro che è stato ricavato mediante un processo alchemico? L'Aquinate risponde di sì, ma alla sola condizione che l'oro così ricavato abbia esattamente le stesse caratteristiche qualitative dell'oro normale: "Se però con l'alchimia si ricavasse dell'oro vero non sarebbe illecito venderlo" (3).

Nell'opera In IV Meteorologicorum expositio (in una parte del testo che però alcuni non attribuiscono a S. Tommaso, ma ad un altro frate domenicano rimasto anonimo) si può leggere: "gli stessi alchimisti, per mezzo dell'autentica arte dell'Alchimia (arte che tuttavia è difficile a causa delle occulte operazioni della virtù celeste chiamata minerale; e queste operazioni, proprio perché sono occulte, difficilmente possono essere imitate da noi per mezzo dei suddetti principi o di ciò che si origina da essi) ottengono talvolta un'autentica generazione dei metalli per mezzo di un'appropriata applicazione del calore, che è l'agente naturale."

Tuttavia nel 1317 l'Alchimia fu duramente condannata da papa Giovanni XXII, con la bolla Spondent pariter. Questa bolla prevedeva pene pecuniarie per i laici che praticavano l'Alchimia; i sacerdoti rei dello stesso crimine avrebbero inoltre perso "i privilegi dell'abito". A dire il vero però sembra che il documento si scagliasse soprattutto contro gli alchimisti che "promettono ciò che non possono dare", contro le truffe e le contraffazioni delle monete. Non si può poi fare a meno di notare come questa condanna sia stata emanata solo qualche anno dopo la fine dell'ordine dei cavalieri Templari... Come se, in quel periodo, l'occidente cristiano avesse voluto tagliare tutti i legami con gli aspetti più "iniziatici" della tradizione. Ma, comunque sia, Roma ha parlato e la causa è finita.

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Note:

(1) Benedetto Varchi, Questione sull'alchimia, 1544

(2) Alberto Magno, De quindecim problematibus, XIII

(3) Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, Quaestio 77, art. 2

30 gennaio 2012

Poesie e "profezie" sulla venuta di Cristo nel mondo antico


Per le tradizioni antiche il poeta, considerato nella sua accezione più elevata, non era semplicemente qualcuno che tramite i versi esprimeva sentimenti o idee personali. Era invece una persona in grado di comunicare una verità a lui superiore, di raccontare fatti e miti il cui valore andava ben al di là dell'individualità umana. L'invocazione alla Musa, presente all'inizio dei poemi epici, sottolinea proprio il carattere sacrale che doveva avere anticamente la poesia. Il fatto che il poeta componesse quasi con l'investitura e l' "ispirazione" della divinità poteva poi comportare che l'opera, in alcuni casi, avesse anche un valore "profetico", predicendo eventi che sarebbero accaduti in un futuro molto lontano. Uno degli esempi più sorprendenti è rappresentato sicuramente dall'accurata descrizione della società moderna fatta da Esiodo, poeta greco vissuto tra l'VIII e il VII secolo a.C., ne "Le opere e i giorni". Un certo legame tra poesia e "profezia" emerge però anche nei vaticini delle sibille, i quali i più delle volte venivano appunto espressi in versi; questo fatto ci può fare riflettere, tra l'altro, anche su come non tutti gli oracoli fossero il frutto di strani delirii o magari dell'assunzione di sostanze stupefacenti... anche perchè è davvero poco credibile che qualcuno riuscisse a comporre articolate poesie in metrica in simili stati di incoscienza (1).

Nell'epoca cristiana diversi di questi oracoli sono stati interpretati come delle predizioni della venuta di Cristo, che avrebbe portato ad una nuova età dell'oro e ad una "restaurazione" in senso spirituale.
Il caso più noto, sebbene non sia affato l'unico, è ovviamente quello del vaticino riportato all'inizio della IV Egloga di Virgilio; in questa poesia si parla di una "vergine" e di un "bambino che sta per nascere", grazie al quale terminerà l'epoca di decadenza.

"Oh Muse sicule, alziamo un poco il tono del canto:
non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici;
se cantiamo le selve, le selve siano degne di un console.
E' arrivata l'ultima età dell'oracolo cumano:
il grande ordine dei secoli nasce di nuovo.
E già ritorna la vergine, ritornano i regni di Saturno, (2)
già la nuova progenie discende dall'alto del cielo.
Tu, o casta Lucina, proteggi il fanciullo che sta per nascere,
con cui finirà la generazione del ferro e in tutto il mondo
sorgerà quella dell'oro: già regna il tuo Apollo. [...]"

Se aggiungiamo che, poco più avanti, Virgilio allude anche ad un serpente che "scomparirà", è facile intuire perchè, in epoca Medioevale, questi versi valsero al poeta latino la fama di grande profeta. A noi però sono giunti almeno atri due antichi oracoli (risalenti, secondo la tradizione, ai tempi di Romolo o addirittura della guerra di Troia) che parlerebbero della venuta di Cristo, e che ci sono stati riferititi dai padri della Chiesa. 
S. Agostino ne "La Città di Dio" (3) dice infatti che "la Sibilla Eritrea ha dato allo scritto alcune manifeste divinazioni sul Cristo", e racconta anche che, nella versione greca di uno di questi oracoli, le lettere iniziali dei versi componevano la scritta ησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ (Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore); questa frase inoltre rimandava evidentemente all'acrostico ΙΧΘΥΣ, "cioè pesce, termine con cui simbolicamente si raffigura il Cristo perché ebbe il potere di rimanere vivo, cioè senza peccato, nell'abisso della nostra mortalità, simile al profondo delle acque". La predizione in questione è comunque decisamente interessante, e comincia così:

"Segno del giudizio: la terra sarà madida di sudore.
Verrà dal cielo Colui che sarà re per sempre,
cioè per giudicare di presenza la carne e il mondo.
In questo fatto vedranno Dio il miscredente e il credente,
in alto con i santi alla fine del tempo.
Vi saranno col corpo le anime che egli giudica,
quando il mondo giace incolto in dense sterpaglie.
Gli uomini disdegnano gli idoli e ogni tesoro. [...]"

S. Agostino precisa anche che questi versi non si riferiscono al culto degli dèi falsi dei pagani, e che anzi parlano apertamente contro di essi. 
Un altro vaticino lo si trova invece in Lattanzio, e riguarderebbe la morte di Cristo. I versi sono riportati sparsi nel testo, ma sempre S. Agostino li rimette assieme e ce li propone così:

"Cadrà poi nelle mani empie degli infedeli, daranno schiaffi a Dio con mani contaminate e getteranno sputi velenosi dalla turpe bocca ed egli senza resistenza offrirà il dorso ai colpi. Nel ricevere schiaffi tacerà affinché non si sappia che è il Verbo e da dove viene per morire ed essere coronato di spine. Per cibo gli diedero il fiele e per bevanda l'aceto, gli offriranno questa vivanda dell'inospitalità. Tu, stolto, non hai compreso il tuo Dio che si mostra alla coscienza degli uomini, ma lo hai perfino coronato di spine e gli hai mescolato nella bevanda il fiele disgustoso. Sarà spaccato il velo del tempio e a mezzogiorno per tre ore scenderà una notte tenebrosa. Morirà e sarà nel sonno della morte per tre giorni e allora, ritornato dal regno dei morti, verrà per primo alla luce dopo aver mostrato ai risorti le primizie della risurrezione".

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Note:

(1) Sono molti - anche e soprattutto in ambito "accademico" - coloro che cercano di spiegare in questo modo gli elementi poco comprensibili delle tradizioni antiche. C'è chi è arrivato ad ipotizzare che anche gli iniziati ai misteri eleusini si drogassero, perchè tra i simboli utilizzati c'era la spiga di grano; secondo questa teoria, infatti, dalle spighe affette da segale cornuta i greci avrebbero ricavato una sostanza allucinogena simile all'LSD (!), che avrebbe provocato certe esperienze "mistiche", a cui allude ad esempio Plutarco. E' un'interpretazione decisamente grossolana, ed è più probabile che il vero significato sia invece da ricercare nel simbolismo del seme: quest'ultimo infatti "muore" nella terra, per dar vita in seguito ad una nuova "pianta" e realizzare così ciò che prima esisteva solo "in potenza".

(2) I regni di Saturno coincidono in tutto e per tutto con l'"età dell'oro"

(3) S. Agostino, La città di Dio, XVIII, 23

14 gennaio 2012

Il mistero del re ferito


La storia del Re Pescatore...

"Come fosti disgraziato quando non facesti quelle domande! Sarebbe stato un tal piacere per il buon re invalido che avrebbe ritrovato l'uso delle sue gambe e sarebbe ridivenuto capace di governare la sua terra." (Chretien de Troyes, Perceval)

Sono diversi i racconti di epoca medievale in cui si narra di un re, solitamente connotato da una grande importanza, che in seguito ad alcune vicende è rimasto ferito oppure risulta gravemente ammalato. Secondo la leggenda, lo stesso re Artù - che sarebbe ferito o addirittura in uno stato simile alla morte - riposerebbe nella mitica isola di Avalon, in attesa di far nuovamente ritorno nel mondo.
Nel Perceval di Chretién de Troyes questo sovrano è il "Re Pescatore", uno strano personaggio - reso invalido da una ferita all'anca - che il protagonista del romanzo incontra per la prima volta proprio su una barca, mentre è intento a pescare. Dopo una breve discussione il re invita Perceval nel suo castello, situato non molto lontano, dove si terrà una cena sontuosa. I due prendono posto a tavola, ma prima che vengano servite le pietanze fa il suo ingresso in sala il "corteo del Graal": inizialmente entra un valletto, che porta con sé una lancia splendente, dalla cui  punta scendono delle gocce di sangue. Perceval osserva meravigliato questa scena, e in cuor suo vorrebbe chiedere al padrone di casa che cosa rappresenti la lancia sanguinante. Gli vengono tuttavia in mente le sagge parole del suo maestro di cavalleria, che lo aveva messo in guardia dal parlar troppo, e decide dunque di tacere. Poco dopo fanno il loro ingresso altri valletti, che reggono dei grandi candelabri d'oro, e infine appare una bellissima fanciulla che nelle mani tiene "un Graal", fatto d'oro e di pietre preziose. Il Graal sembra risplendere di luce propria, ed anzi illumina la sala di un chiarore così grande "che le candele impallidirono come le stelle o la luna quando si leva il sole". Ancora una volta Perceval vorrebbe sapere di più del Graal e del suo significato ma, nonostante ció, rimane in assoluto silenzio. Dopo la cena il re e Perceval decidono di andare a dormire. Al suo risveglio il protagonista trova però il castello completamente deserto, e anche provando a chiamare a gran voce il Re Pescatore e i suoi valletti non ottiene alcuna risposta. Monta allora sul suo cavallo ed esce dal portone del palazzo che al suo passaggio si chiude, apparentemente da solo. Prosegue il suo cammino, e lungo la strada incontra una ragazza (che si rivelerà essere sua cugina) alla quale racconta la sua ultima avventura. La giovane ascolta la storia, ma lo rimprovera aspramente di non aver chiesto nulla del Graal, perchè se lo avesse fatto il Re Pescatore sarebbe miracolosamente guarito, ed assieme a lui sarebbe tornato a risplendere anche il suo regno, caduto in rovina da quando il re è stato ferito. 

...e il suo significato

"Qui il re del Graal appare evidentemente come colui che, constatando la propria impotenza, come pescatore di uomini cerca l'eletto, l'eroe". (Juius Evola, Il Mistero del Graal)

Per quanto riguarda il significato simbolico di questo personaggio, bisogna prima di tutto porre l'attenzione sul suo particolare nome (di Re-Pescatore). Come abbiamo visto, questo re, pur essendo ferito, pratica realmente la pesca. Il titolo di Pescatore potrebbe però simbolicamente far riferimento al sacerdozio: nei Vangeli si può leggere che Cristo disse ai suoi Apostoli "vi farò pescatori di uomini". Si può notare anche che una delle principali insegne del Romano Pontefice è proprio l'"anello del pescatore", chiamato altrimenti "anello piscatorio": si tratta di un anello d'oro che presenta un bassorilievo raffigurante S. Pietro (che di mestiere faceva appunto il pescatore) mentre pesca su una barca.

Il Re del Graal sarebbe quindi un Re-Sacerdote, equiparabile in questo alla leggendaria figura del Prete Gianni. Inoltre questo personaggio (in cui si uniscono sacerdozio e regalità), rappresenta veramente la Tradizione nella sua essenza, che in effetti è come se fosse "ferita": allo stato attuale delle cose si manifesta cioè come apparentemente mutila ed impossibilitata di esprimersi in tutta la sua pienezza, proprio come un re che - a causa delle sue ferite - non può governare pienamente il suo regno. Non si tratta però di una situazione irreversibile, perché c'è sempre la possibilità che qualcuno, particolarmente qualificato e dotato della giusta predisposizione d'animo, "chieda del Graal", lo cerchi, e che in questo modo possa operarsi la miracolosa guarigione.

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24 dicembre 2011

Buon Natale a tutti!

Pellegrino di Mariano, Adorazione dei pastori, XV secolo
Tanti auguri di un buon Natale a tutti voi! (lo so, nel fare gli auguri dimostro sempre una grandissima originalità... persino io ne rimango stupito!).

Aggiungo due parole sul simbolismo dell'immagine: la frattura nel terreno che si può osservare in basso a sinistra è un elemento abbastanza ricorrente nell'iconografia cristiana, fin dai primi secoli; ha la funzione di separare il Sacro, in questo caso Gesù, la Vergine e san Giuseppe, da ciò che invece è più "profano", in questo caso i pastori. Anche il fatto di porre la Sacra Famiglia su un piano più rialzato ha lo scopo di darle una maggiore importanza. 
Similmente le strane nuvole sulle quali si trovano Dio Padre e gli angeli costituiscono un elemento di separazione, che suggerisce come nell'immagine sia rappresentato il Cielo in senso metafisico. La Colomba bianca inviata dal Padre simboleggia ovviamente lo Spirito Santo.

22 dicembre 2011

Sui simboli "precristiani"






















Il mese di gennaio (Ianuarius),
 raffigurato con le sembianze
 del dio latino Giano (Ianus).
Scultura situata nel duomo
di Parma.

Non è certo un mistero che in diverse chiese medievali si possano osservare alcuni simboli che non hanno un'origine propriamente cristiana. Si tratta di simboli che, a seconda dei casi, derivano dal mondo greco-romano, dall'astronomia (o dall'astrologia, visto che in tempi passati queste scienze non erano poi così separate) oppure da antichissime tradizioni locali, che ormai si sono spente da secoli, se non da millenni. Ci si può chiedere allora quale sia il motivo della presenza di questi simboli e, soprattutto, come mai i cristiani di un tempo li abbiano accolti e pienamente accettati all'interno dei loro luoghi di culto. Non si può infatti risolvere tutta la questione dicendo semplicemente che gli uomini medievali non conoscevano il significato di certe immagini, oppure che queste ultime avevano solo uno scopo vagamente "decorativo" o "estetico". Una simile tesi non fa altro che attribuire la grave ignoranza dell'uomo moderno in materia di simboli a persone che sono vissute molti secoli prima di noi, e che su questo argomento hanno invece dimostrato davvero una grande sapienza. 

Quindi la prima cosa da tenere presente è che, con ogni probabilità, l'uso di queste raffigurazioni era pienamente consapevole. La seconda è che, contrariamente a quanto oggi si tende a credere, la Chiesa in passato non si oppose in toto alle culture preesistenti al cristianesimo. Ovviamente vennero categoricamente condannati i numerosi elementi del mondo pagano che erano incompatibili con la fede in Cristo, come il culto degli antichi dei o le superstiziose pratiche di magia e di divinazione. Tutto quello che peró non si poneva in contrasto con il cattolicesimo fu tranquillamente tollerato, già nell'epoca dei Padri della Chiesa. Si pensi ad esempio a come S. Agostino sostenesse che non solo i cristiani potevano prendere dalla filosofia antica quanto c'era di buono, ma anche che dovevano farlo: 



"Non solo non dobbiamo temere quello che hanno detto i filosofi antichi, soprattutto i platonici, quando i loro detti sono veri e congeniali alla nostra fede, ma dobbiamo rivendicarli da loro come da ingiusti possessori [...] Così, se è vero che le dottrine dei pagani contengono elementi falsi e superstiziosi o inutili che ciascuno di noi, secondo le parole del Cristo, uscendo dalla società pagana, deve odiare ed evitare, è anche vero che le discipline liberali sono adattabili all'uso della verità ed esistono, sempre fra i pagani, utilissimi precetti morali e persino riferimenti al culto di un Dio unico". 
(S. Agostino, la dottrina Cristiana, II, 40)



Questi insegnamenti dei Padri della Chiesa vennero in seguito fedelmente applicati, e il caso più evidente è appunto quello della filosofia. Durante il Medioevo (almeno a partire da un certo periodo) ebbe una grande diffusione soprattutto il pensiero di Aristotele, tanto che "la filosofia" finì per identificarsi con quella aristotelica e "il filosofo" (per eccellenza) divenne proprio Aristotele. Bisogna comunque tenere presente che queste conoscenze provenienti dal mondo greco-romano ebbero più che altro un ruolo strumentale, e furono sempre subordinate alla verità del Vangelo: la Scolastica esprimeva chiaramente questo importante concetto con il motto latino "philosophia ancilla theoligiae", la filosofia è ancella (nel senso di servitrice) della teologia. Del resto, il cristianesimo sarebbe stato, nella sua vera essenza (cioè nella dottrina), esattamente lo stesso anche senza la ricezione di questi elementi: cade così anche l'assurda accusa di alcuni protestanti che ritengono che la Chiesa cattolica sia diventata col tempo una "religione pagana". Quanto detto per la filosofia potrebbe far quindi ipotizzare che lo stesso processo di parziale "accettazione" sia avvenuto anche per alcuni simboli, più antichi dello stesso cristianesimo, che sono stati riprodotti sia perchè non rappresesentavano qualcosa che contrastava con la fede cattolica sia perchè in alcuni casi erano validi "supporti" per esprimere principi della sua dottrina.

14 dicembre 2011

Arte medievale e rinascimentale a confronto


Da Il mistero delle cattedrali di Fulcanelli
"Gli artisti, trascinati dalla grande corrente di decadenza che ebbe sotto François I il nome paradossale di Renaissance  (Rinascimento), incapaci d'uno sforzo creativo eguale a quello dei loro antenati, completamente all'oscuro della simbologia medioevale, si dedicarono alla riproduzione di opere bastarde, senza gusto né carattere, senza pensiero esoterico, invece di continuare e sviluppare l'ammirevole e sana creatività francese.  Architetti, pittori, scultori, preferendo la loro gloria a quella dell'Arte, si ispirarono agli antichi modelli contraffatti in Italia. I costruttori del medioevo erano ricchi di fede e modestia. Artigiani anonimi di puri capolavori, essi costruirono per la Verità, per l'affermazione del loro ideale, per diffondere la nobiltà della loro scienza. Quelli del Rinascimento, invece, preoccupati soprattutto della loro personalità, gelosi del proprio valore, costruirono per rendere famoso il loro nome alla posterità. Il medioevo deve il proprio splendore all'originalità delle proprie creazioni; il Rinascimento deve la sua moda alla servile fedeltà delle sue copie. Là un pensiero, qui una moda. Da un lato, il genio; dall'altro, il talento. Nell'opera gotica, la tecnica resta sottomessa all'Idea: mentre nell'opera rinascimentale la tecnica domina e cancella l'Idea. L'una parla al cuore, al cervello, all'anima: è il trionfo dello spirito; l'altra si rivolge ai sensi: è la glorificazione della materia. Dal XII al XV secolo, povertà di mezzi ma ricchezza d'espressione; a partire dal XVI, bellezza plastica, mediocrità d'invenzione. I mastri medioevali seppero animare il comune calcare; gli artisti del Rinascimento lasciarono il marmo freddo ed inerte. L'antagonismo di questi due periodi, nati da concezioni opposte, spiega il disprezzo del Rinascimento e la sua profonda ripugnanza per tutto quello che era gotico. Un tale stato di spirito doveva risultare fatale all'opera del medioevo; e sono dovute proprio ad esso le numerosissime mulilazioni che oggi dobbiamo deplorare."

29 novembre 2011

L'iniziazione alla cavalleria nel Perceval


I romanzi medievali sul Graal possono essere sicuramente apprezzati per diversi motivi, quali la trama, lo stile, o i dialoghi inverosimili (e abbastanza divertenti) che in essi abbondano. Accanto a tutti questi elementi si possono trovare però anche tracce di un preciso simbolismo che, a seconda dei casi, risulta essere più o meno evidente, ma che è comunque presente.
La cosa non dovrebbe stupire più di tanto anche perché la cavalleria, che in questi racconti costituisce uno degli argomenti centrali, durante il Medioevo era una delle principali forme dell'iniziazione cristiana. A tal proposito, può essere curioso notare di sfuggita come uno dei più grandi autori di questi romanzi, Chretien de Troyes, sia nato proprio nella cittadina in cui nel 1128 si svolse il famoso concilio della Chiesa cattolica che approvò l'ordine e la regola dei cavalieri Templari.

Gli elementi simbolici a cui mi riferivo poc'anzi sono ovviamente presenti anche nel famoso Percaval, fin dall'inizio del racconto. Qui il protagonista (Perceval) viene inizialmente presentato come un ragazzo di campagna che non ha ancora un nome preciso, è piuttosto ingenuo, ed è completamente ignorante su tutto ciò che riguarda i buoni costumi della cavalleria; anzi, in vita sua non ha mai visto un cavaliere, dal momento che la madre per la paura di perderlo ha sempre cercato di tenerlo lontano dai militi e dai fatti d'arme. Perceval, inoltre, è sempre vissuto ai margini della Guasta Foresta (detta anche Foresta Desolata), che è il punto di partenza delle sue avventure, e che corrisponde simbolicamente alla "selva oscura" nella quale si troverà Dante all'inizio della sua Commedia. La rozzezza e l'ingenuità del ragazzo sottolineano poi come Perceval sia ancora una sorta di "pietra grezza", non ancora lavorata: il protagonista partirà dunque per cercare l'iniziazione alla cavalleria, che, dopo alcune peripezie, gli verrà concessa da un vassallo. Questi lo accoglie amichevolmente nel suo castello, gli insegna a combattere con la lancia e con la spada, lo istruisce sui nobili costumi e gli spiega come dovrebbe svolgersi un duello leale.

Perceval impara in fretta, e ben presto "tiene la lancia e lo scudo con tanta abilità come se avesse passato i suoi giorni nei tornei e nelle guerre". Il vassallo, dopo alcuni giorni, decide allora di concedergli  l'iniziazione: lo veste, gli calza lo sperone destro e gli cinge la spada al fianco. La consegna (cioè la "tradizione", nel senso etimologico del termine) della spada simboleggia l'avvenuta investitura: "«Consegnandovi la spada» gli dice, «vi conferisco l'ordine della cavalleria, che non tollera alcuna bassezza»". Vien fatto così un nuovo cavaliere cristiano; il rito si conclude, ma non prima di aver formulato un solenne invito al silenzio: «Guardatevi dal parlar troppo: a colui che non sa trattenere la lingua, spesso sfuggono parole che possono essere considerate villanie. Questo dicono i saggi: troppe parole, peccato sicuro; rifuggite dunque questo peccato».

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12 novembre 2011

La dichiarazione dei diritti degli animali

Un camaleonte che chiede maggiori diritti e più zoocrazia
Questa dichiarazione [...] pone esplicitamente all'articolo 2 la premessa minore che l'uomo è un animale come gli altri. Se ne trae la conclusione che l'uomo ha pari diritti di un topo di fogna, di una mosca, di una zanzara o di una cimice
Epiphanius, Massoneria e sette segrete, pag. 937

Questo commento di Epiphanius alla “ Dichiarazione universale dei diritti degli animali” potrebbe apparire a prima vista esagerato o, al limite, potrebbe anche suscitare dell'ilarità. Si tratta però di un'affermazione che rispecchia in tutto e per tutto lo spirito e il contenuto della suddetta dichiarazione, proclamata dall'Unesco a Parigi nell'anno 1975. La dichiarazione non è molto conosciuta, se non tra gli animalisti e tra qualche “complottista” e, secondo Epiphanius, essa è stata resa poco nota proprio per ragioni di prudenza, considerato il suo contenuto. Questa carta, in effetti, non si limita ad attribuire agli animali un generico diritto alla tutela, ma mette esplicitamente questi ultimi sullo stesso piano degli esseri umani.
L'articolo 1 infatti stabilisce che “Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all'esistenza”; e l'articolo 2 recita:  “a) ogni animale ha diritto al rispetto; b) l'uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali”.

Se tutti gli animali sono uguali fra loro, e se a sua volta l'uomo è una specie animale, logica vuole che l'uomo abbia esattamente gli stessi diritti degli altri animali, se non minori, visto che egli deve mettere se stesso e le proprie conoscenze al serivizio delle altre specie. E, sia ben chiaro, non si sta parlando degli "animali domestici" o magari dei "mammiferi"; si sta parlando di tutti gli animali, anche delle mosche. Questo tipo di logica, del resto, sembra essere accettato anche dalla legge italiana, visto che il Codice Penale (Art. 544-ter.) arriva a prevedere la reclusione da tre mesi ad un anno (o una multa da 3.000 a 15.000 euro) per chi maltratti gli animali "senza necessità", senza però specificare quale tipo di animali. Perciò in futuro si faccia attenzione, perchè anche uccidere una zanzara potrebbe costare molto caro.

Si potrebbe proseguire a lungo con questa critica, analizzando le non-logiche ambientaliste punto per punto. Invece di dilungarmi, preferisco però concludere con una domanda: l'ambientalismo cerca di umanizzare gli animali, o di animalizzare l'uomo?

7 novembre 2011

Li liberi muratori e i loro complotti


"A gran ragione pertanto hanno molti affermato che fu assai men perniciosa l'ignoranza degli Antichi, di quel che sia utile la scienza de' Moderni. Di fatti ove mai è stata innondata l'Europa, quanto nell'età nostra da Diavoli di London, Vampiri, Zifli, Rosecroci, Convulsionari, Magnetici, e Cabalistici? Li Liberi Murtori moltiplicati a furore, e li così detti Illuminati cosa hanno in oggetto co' loro Complotti, Segreti, Evocazioni, e ridicoli riti?"

Giovanni Barberi, Vita e gesta di Giuseppe Balsamo, denominato il Conte Cagliostro, Venezia, 1791

17 ottobre 2011

Sul quadrato del Sator


Nella puntata di ieri di Mistero, uno dei servizi era dedicato al misterioso quadrato del Sator. Come c'era da aspettarsi, il serivizio era infarcito di castronerie (per esempio è stato detto che il quadrato può essere letto, allo stesso modo, in orizzontale, in verticale e...in diagonale! Basta guardare il quadrato per rendersi conto che non è così), e lasciamo pure perdere i vari collegamenti che sono stati fatti tra questo simbolo e l'occultismo.
Tuttavia, nel corso del servizio, qualche informazione corretta ed interessante è stata data. Prima di tutto bisogna precisare però che stiamo parlando di un simbolo cristiano (anche perchè esso è stato ritrovato sulle pareti di diverse chiese medievali) e che solo in quest'ottica esso può essere realmente compreso. A tal proposito è suggestiva l'interpretazione secondo la quale la scritta costituirebbe una sorta di anagramma di due Pater Noster incrociati, con l'aggiunta di due A e due O (corrispondenti all'alfa e all'omega dell'alfabeto greco).

Per quanto riguarda la traduzione del quadrato, quella più probabile è forse questa: "il Seminatore sul carro tiene (regge) con cura le ruote". La frase è apparentemente senza senso, e lo è a maggior ragione quando per ruote si intendono le ruote del carro. Le ruote possono invece simboleggaire le grandi ruote, cioè le orbite dei corpi celesti che con i loro influssi determiano il fato, nel mondo del divenire (ed il divenire, a sua volta, può essere simbolicamente rappresentato da un moto rotatorio). Secondo la concezione cristiana, però, non esiste solo il destino, perchè in tal modo si cadrebbe in una visione deterministica, che sarebbe per forze di cose errata. Infatti esiste anche la volontà umana, che viene esercitata con il libero arbitrio, ed esiste soprattutto la Provvidenza. Ecco perchè Il Semionatore (cioè Cristo) "regge le ruote": non lascia il mondo in balia del destino, ma lo governa dall'alto.
Quest'interpretazione mi è stata suggerita giusto qualche giorno fa da alcuni versi di Dante, che casualmente mi erano caduti sotto gli occhi, e per i quali avevo intenzione di scrivere un post su questo argomento nei giorni seguenti. Mistero è riuscito a battermi sul tempo (quale infamia!), ma almeno gli è sfuggita questa chicca:

"Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,
questi fu tal ne la sua vita nova..."
(Dante, Purgatorio XXX, 109-115)

Il significato di queste parole è il seguente: "Dante (questi) è stato quel che è stato nella sua vita nuova (fu tal ne la sua vita nova) non solo per l'azione dei corpi celesti (l'ovra de le rote magne), che inclinano ogni individuo al suo fine (che drizzan ciascun seme ad alcun fine) a seconda della sua costellazione (secondo che le stelle son compagne), ma anche per l'intervento della divina Provvidenza e per l'abbondanza di grazie (ma per larghezza di grazie divine)". Se aggiungiamo che queste parole vengono dette da Beatrice, in cima al monte del Purgatorio, mentre ella si trova su di un carro, forse possiamo dire che non si tratti del tutto di una coincidenza.
Comprendo comunque che alcuni possano stupirsi di come certi concetti, legati all'astronomia o addirittura all'astrologia, vengano ad intrecciarsi con la religione e la teologia. Questo fatto per un uomo medievale era però del tutto normale, ed anzi erano gli stessi teologi (incluso S. Tommaso d'Aquino) a discutere di simili argomenti  (si veda a tal proposito Sapiens Dominabitur Astris).

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12 ottobre 2011

Gog, Magog e la grande muraglia


Secondo la tradizione cristiana, Gog e Magog sono due popolazioni "barbariche" e cruente che verso la fine dei tempi porteranno in tutto il mondo la loro devastazione. Alcune leggende sostengono che questi popoli siano particolarmente mostruosi, che si cibino di altri esseri umani e di serpenti, o che siano composti da individui di enormi dimensioni; queste descrizioni rimarcano chiaramente il carattere "diabolico" di tali stirpi, le quali, per certi versi, richiamano alla mente i titani della mitologia greca, esseri giganteschi destinati a vivere negli abissi del Tartaro (cioè negli "inferi") dopo la titanomachia. Le leggende raccontano anche che questi popoli, provenienti dall'Asia, in tempi passati avevano già provato ad invadere l'Europa, ma che erano state fermate dall'intervento provvidenziale di Alessandro Magno. Questi, avevndo intuito la pericolosità di Gog e Magog, aveva fatto costruire una grande muraglia (situata in mezzo a due alte montagne, le "mammelle del Nord"), con la funzione di arginare le orde ed evitare che esse si riversassero nel mondo occidentale. Prima o poi, però, anche la grande muraglia sarà destinata a crollare, e allora i popoli di Gog e Magog, saranno in apparenza liberi di attuare le loro scorrerie, di "assediare le città dei santi" (così come, secondo il libro dell'Apocalisse, potranno cingere "d'assedio l'accampamento dei santi e la città diletta") e, forse, di attaccare anche la città di Roma. Questo trionfo delle forze "infernali", potrà essere però soltanto momentaneo ed illusorio, perchè esse verranno nuovamente sconfitte, quando sulla terra verrà ristabilito l'ordine normale delle cose.
Nel corso dei secoli si è anche tentato di individuare Gog e Magog, e di farle coincidere con le varie popolazioni barbariche che hanno messo in pericolo la cristianità o il mondo occidentale. In una porospettiva meta-storica si può dire che in effetti alcune di queste popolazioni incarnarono questo principio "malefico", compiendo una vera e propria opera di dissoluzione, distruggendo ad esempio quel che rimaneva dell'impero romano. Sotto certi aspetti potevano essere così realmente considerate una prefigurazione delle terribili orde bibliche. Bisogna anche aggiungere però che le invasioni di Gog e Magog, dal punto di vista simbolico, possono alludere anche all' "invasione" (non meno pericolosa), attuata dalle forze psichiche del più basso livello sul nostro mondo. La grande muraglia edificata da Alessandro può allora simboleggiare tutto ciò che ci protegge da simili influenze nefaste... il perciolo consiste invece in aprire varchi che non dovrebbero essere aperti.

22 settembre 2011

Rosacroce e Gesuiti


Premessa

Nell'ambito delle teorie del complotto sembra avere un discreto successo la tesi secondo la quale l'ordine dei gesuiti sarebbe a capo del "governo occulto", con lo scopo di instaurare un Nuovo Ordine Mondiale. Già avevo avuto occasione di analizzare una teoria abbastanza simile, che accusa invece il cattolicesimo di essere una religione "satanica", al vertice della cospirazione globale (rimando quindi a Il Vaticano tra complotti e Babilonie). Il "filone gesuita", molto in voga sia tra i movimenti anticristiani che tra le sette protestanti, a mio parere non è molto più fondato da un punto di vista storico; inoltre le pretese "prove" che vengono mostrate sono molto spesso ridicole, e non possono essere prese sul serio: mi riferisco in particolar modo a certe citazioni, che vengono tratte da discorsi di alcuni personaggi (tra i quali troviamo anche Napoleone Bonaparte) che furono noti massoni e anticattolici.

A volte viene giustamente detto che Weisshaupt, il fondatore degli Illuminati di Baviera, da giovane fu istruito dai gesuiti. Questa informazione è esatta, ma perchè quando viene riportata non viene detto anche che Weisshaupt alimentò in seguito un vero e proprio odio nei confronti della Compagnia di Gesù e della religione cattolica, tanto da dare un'impostazione fortemente antireligiosa al suo nuovo ordine? Se invece si vuole andare un po' più in fondo alla faccenda, si arriverà anche alla conclusione che l'ordine dei gesuiti fu il primo ad opporsi a certi movimenti occultistici seicenteschi, che tra gli scopi avevano proprio l'edificazione di quello che oggi chiameremmo "Nuovo Ordine Mondiale", e che già allora cominciavano a diffondere certe voci su un imminente "risveglio spirituale".



Rosacroce, riforme e nuova era

 Johann Valentin Andreae,
pastore protestante ed
autore delle "Nozze chimiche". 
Nei primi decenni del XVII secolo si diffusero per l'Europa (soprattutto in Germania e in Francia) diversi scritti dal carattere più o meno esoterico, i cui autori, inizialmente anonimi, sostenevano di appartenere ad una società segreta, denominata "Rosa Croce" (anche se il nome di questa società appariva più spesso siglato R. C.). Non è comunque molto facile stabilire se questa società sia stato il risultato di una degenerescenza di qualche organizzazione iniziatica medievale, o se essa sia stata creata in tempi più recenti e abbia semplicemente fatto propri (per non dire "usurpato") certi simboli provenienti dall'ermetismo cristiano. Fatto sta che la società che comparve agli inizi del '600 con il nome di "Rosa Croce" era fortemente deviata e mossa da un certo interesse per l'occultismo e la magia. Tra i suoi obbiettivi principali c'erano anche quelli di costruire un "nuovo mondo", e di portare un grande rinnovamento spirituale. Questo rinnovamento, a detta dei Rosa Croce, doveva passare per l'eliminazione della Chiesa Cattolica e dei "papisti ingannatori"; essi, già nei loro primi manifesti, profetizzavano infatti "il giorno in cui le bocche di quelle serpi saran tappate e il Triregno [la tiara papale, ndJ] rovinerà" (Confessio Fraternitatis, 1615). L'intero mondo doveva essere riformato, da un punto di vista sociale, politico e religioso; anzi, negli scritti Rosacrociani si parla addirittura di "Riforma universale e generale dell'intero universo".

Questo spirito di riforma, che animava la setta dei Rosa Croce, ha le sue origini nel movimento protestante, e non è certo un caso se diversi membri della società segreta erano contemporaneamente anche pastori e teologi luterani. Il caso più eclatante è forse quello di Johann Valentin Andreae, il quale nella sua autobiografia ammise a chiare lettere di avere avuto un ruolo di rilievo nella faccenda dei Rosacroce e di essere stato l'autore delle "Nozze chimiche di Christian Rosencreutz", pubblicate a Strasburgo nel 1616. La misteriosa confraternita condivideva dunque con il luteranesimo (e, diciamolo pure, con la maggior parte dei movimenti spiritualistici) uno stato di "perenne millenarismo", in base al quale in ogni momento si attendeva la fine del mondo e l'avvento di una nuova era, caratterizzata da un rinnovamento spirituale. (In tutto questo non si può evitare di notare l'esistenza di qualche analogia con la moderna new age)

L'opposizione dei Gesuiti

Già nel primo documento pubblicato dai Rosacrociani (nell'anno 1614) comparivano delle pesanti accuse rivolte ai Gesuiti, i quali avrebbero ingiustamente fatto arrestare e imprigionare un certo Adam Haselmeyer. Questi era stato denunciato (secondo i Rosacroce) per aver ricevuto e letto un manoscritto del 1610 della Fama Fraternitatis, e di aver risposto ai membri della confraternita con una lettera nella quale egli  profetizza la venuta di un "tempo dell'impero dello Spirito Santo", la caduta del clero cattolico, del papa e di tutta la sua "cavalleria babilonese", identificata con i gesuiti.  Il tempo dello Spirito Santo di cui parlava Adam Haselmeyer, o chi  per lui, non era altro in fondo che la "nuova era"; infatti venivano qui riprese le terminologie di Gioacchino da Fiore, secondo il quale la nuova era dello Spirito Santo avrebbe superato le precedenti ere "del Padre" e "del Figlio", coincidenti rispettivamente con il periodo vetero-testamentario (quindi con la religione ebraica) e con quello del Nuovo Testamento (dunque con la religione cattolica), portando un grande rinnovamento spirituale.  

Comunque sia, da parte della Compagnia di Gesù ci fu realmente una certa opposizione nei confronti dei Rosacroce, sebbene essa sia attestata con certezza solo qualche anno più avanti.
In particolare padre François Garasse derideva i Rosacrociani, chiamandoli "i Fratelli ubriaconi", e dichiarando che non ci sarebbe stato "supplizio bastevole" nel caso in cui essi fossero stati riconosciuti "colpevoli, malvagi e messi agli arresti per stregoneria, cialtroneria e complotto pregiudizievole alla religione, agli Stati e ai buoni costumi".

Anche il gesuita Jacques Gaultier denunciava, piuttosto aspramente, quella "setta segreta in voga da qualche anno in Germania, ancora poco conosciuta per il fatto che i suoi accoliti seminano di nascosto il veleno, prendendo accurate precauzioni per non farsi scoprire".
Commentava inoltre le opere Rosacrociane dicendo:
"Tutte queste affermazioni, alcune enigmatiche, altre temerarie, alcune eretiche, altre sospette di stregoneria, ci fanno supporre che la sedicente confraternita non sia così antica come vuol far credere, che anzi sia una giovane ramificazione del Luteranesimo, contaminato per opera di satana da empirismo e magia, al fine di ingannare più facilmente gli animi volubili e curiosi.". Da tutto ciò si può dedurre come gli appartenenti alla società segreta avessero il dente avvelenato coi Gesuiti, e come a loro volta i Gesuiti non perdessero occasione per accusare la confraternita di eresia, o di essere pericolosa per l'integrità degli Stati e della religione. Ma ad ogni modo, al di là dei singoli scontri che possono esserci stati tra queste due fazioni, alla base rimane prima di tutto una differenza di carattere dottrinale. Mentre i Gesuiti, in questo contesto, potevano essere considerati i rappresentanti della tradizione, i Rosacrociani erano gli esponenti dello spirito moderno e riformista che, almenno in parte, avrebbe preparato il terreno al pensiero illuminista e alle rivoluzioni del XVIII secolo.


Conclusione

In generale, ci sono anche altri elementi che lasciano dubitare della veridicità di tutto il "filone gesuita"... come ad esempio il fatto che questa teoria inizialmente sia stata portata a galla da un romanzo di Eugène Sue ("L'ebreo errante"), i cui fini forse non erano del tutto così limpidi. I dati riportati in questo breve articolo dovrebbero però cominciare a fare riflettere chi crede realmente che i Gesuiti siano i principali fautori del nuovo ordine mondiale...se non altro perchè certi "piani" hanno un origine ben più antica e perchè la Compagnia di Gesù si oppose realmente ai primi tentativi di diffusione di determinate idee.

[Nota bibliografica: Per quanto riguarda le fonti utilizzate, oltre agli scritti Rosacrociani come la Fama Fraternitatis, si può vedere Storia dei Rosa Croce, di Paul Arnold. Si tratta di uno testo documentato in maniera quasi maniacale, ed è sicuramente uno dei libri più seri scritti sull'argomento. L'edizione che ho consultato è quella del 1989 (Gruppo Editoriale Fabbri) e le citazioni dei padri gesuiti che si opposero alla setta dei Rosa Croce si trovano più precisamente nelle pp. 22-24]

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Il Vaticano tra complotti e Babilonie 

25 agosto 2011

Re Artù è in Sicilia


Secondo una leggenda medievale, a noi giunta in versioni differenti, re Artù non riposerebbe nella mitica isola di Avalon, ma vivrebbe nascosto in Sicilia, e più precisamente all’interno dell’Etna. Il primo scrittore a riferirci questa leggenda è Gervasio da Tilbury (1155-1234), il quale narra che, un giorno, il cavallo del vescovo di Catania fuggì al palafreniere che lo aveva in custodia. Il ragazzo cominciò a cercarlo in lungo e in largo, giungendo così sulla sommità dell’Etna; all’interno del vulcano trovò uno stretto sentiero, che lo condusse “ad una campagna assai spaziosa e gioconda, e piena d’ogni delizia; e qui, in un palazzo di mirabile fattura, trovò Artù adagiato sopra un letto regale”. Il re, saputo il motivo per cui il palafreniere era giunto fin lì, gli fece portare il cavallo perché lo restituisse al vescovo; inoltre gli raccontò che molti anni prima aveva combattuto una violenta battaglia contro il nipote Mordred e che, essendo stato ferito, si era rifugiato in Sicilia. Abbastanza simile (anche se con qualche variazione) è la versione esposta dall’abate Cesario di Heisterbach. Si può ritrovare un riferimento a questa leggenda anche in una poesia siciliana del XIII secolo (riportata da Arturo Graf), nella quale due cavalieri dicono esplicitamente che Artù potrebbe trovarsi all'interno dell'Etna:

"Cavalieri siamo di Bretagna  
Ke vengnamo de la montagna,
ke ll'omo apella Mongibello [l'Etna].
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire,
lo re Artù k'avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
Ne lo reame d'Inghilterra."

Questi racconti possono apparire decisamente strani, e in effetti stupisce un po' vedere come un personaggio appartenente al ciclo bretone e così "nordico" come Artù, venga catapultato nella calda terra di Trinacria. Ma stupisce ancor di più che questo re, che tradizionalmente viene presentato come "solare", positivo, e la cui storia è legata addirittura al santo Graal, sia collocato all'interno di un vulcano. Infatti molte leggende antiche consideravano i vulcani come delle "bocche" spalancate verso l'inferno, anche perché, nel medioevo cristiano, il fuoco e lo zolfo che i crateri sprigionano dovevano richiamare alla mente il fuoco che non si estingue della Geenna, o lo stagno di fuoco e zolfo dove, secondo l'Apocalisse (Ap. 20:10), viene gettato il diavolo assieme alla bestia e al falso profeta. Insomma, le colate laviche, le grandi fiammate, le esplosioni e le esalazioni tossiche, da un punto di vista simbolico, possono essere ben associate all'"inferno", luogo dove non ci aspetteremmo di trovare Artù.
Non bisogna però dimenticare che, se l'Etna nel suo aspetto malefico è un vulcano, nel suo aspetto positivo è in realtà un monte (alto oltre 3300 metri!), tanto che gli stessi abitanti di Catania, in dialetto, lo chiamano proprio a Muntagna (la montagna). Secondo il poeta greco Pindaro questa montagna era addirittura "la colonna del Cielo", ed è chiaro che qui si riferiva al suo aspetto "benefico". Inoltre, tornando alla leggenda di partenza, si può notare anche che l'interno dell'Etna viene descritto come un luogo accogliente, ricco e felice (una campagna assai spaziosa e gioconda, e piena d’ogni delizia), tutt'altro che infernale. Questa descrizione si addice perfettamente pure a molti altri luoghi simbolici, come il Regno del Prete Gianni e il Paradiso Terrestre (che non a caso, secondo la visione di Dante, si trova in cima al monte del Purgatorio) o le "Isole Fortunate".

Se rimaniamo fedeli al mito, senza cercare quindi di identificare l'isola di Avalon con una determinata località, possiamo dire che anche quest'ultimo luogo ha le stesse caratteristiche di "inaccessibilità" (o accessibilità per pochi), e di prosperità. Si dice ad esempio che l'isola sia circondata da altissime onde impraticabili, oltre che da una fittissima nebbia, e che al suo interno ci siano alberi dai frutti dorati e fiumi di vino. Il misterioso e simbolico paese nascosto dentro all'Etna funge allora da equivalente di Avalon, e gli elementi simbolici ci suggeriscono come questa equivalenza sia lecita, non arbitraria. Con buona pace degli inglesi, qualcosa di "arturiano"  forse lo abbiamo anche noi italiani.

22 luglio 2011

Pausa estiva e breve commento al blog


Per qualche settimana, a partire da domani, metterò il blog in "pausa estiva". Ovviamente gli articoli presenti nel blog si potranno continuare a leggere; solamente non scriverò nuovi post (bhe...mai dire mai) e metterò i commenti in moderazione, in maniera tale da poterli leggere con calma quando mi connetterò...cosa che accadrà un po' di rado. 

Detto questo, vorrei fare un breve commento al blog, in questi suoi pochi mesi di vita. Devo ammettere che quando ho aperto il blog la mia idea iniziale era quella di creare un "angolino nel web", nel quale inserire semplicemente qualche riflessione personale...anche per questo non mi sono impegnato molto per cercare un titolo un po' più fantasioso al blog. Questo "angolino" ha cominciato però a ricevere molte più visite di quello che mi aspettavo inizialmente, e per questo devo ringraziare Santaruina, che ha messo il link su "Tra Cielo e Terra", chi ha condiviso i post sui social network e, non per ultimi, tutti coloro che seguono il blog abitualmente.
Nonostante questo però l'impostazione del blog rimane più o meno quella dell'inizio. Motivo per cui non scriverò mai un gran numero di post ogni mese...numero che dipenderà sempre un po' dal tempo a disposizione, un po' dagli spunti, e molto dalla pigrizia.
Auguro a tutti di passare delle buone vacanze...o quello che ormai ne rimane.
Un saluto e a presto ;-)